A volte la storia non sta soltanto nei libri, ma nei reperti materiali che arrivano fino a noi come piccoli testimoni silenziosi di un passato che non si deve dimenticare. È il caso della coperta militare attribuita a Giovanni Rossi, primo comandante di un gruppo partigiano nella provincia di Modena, ucciso nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1944 a Monterotondo di Frassinoro. Un reperto che, dopo oltre ottant’anni, torna a interrogare la nostra coscienza storica grazie a una perizia balistica recente.
Il nostro presidente Giulio Verrecchia, in veste di perito balistico di Barbieri&Verrecchia e associati incaricato di questo studio, ha guidato una serie di test per comprendere se i fori presenti sulla coperta possano essere effettivamente compatibili con colpi d’arma da fuoco. Per farlo, non potendo ovviamente utilizzare l’originale (vistone il valore storico e la delicatezza), è stata scelta una coperta coeva, di stesso materiale, di proprietà del nostro socio Enrico Bonaretti, su cui sono stati sparati proiettili con armi tipiche del Secondo conflitto mondiale. Tra queste, un MAB 38 A con munizioni calibro 9, una Beretta Modello 34 e il classico fucile Carcano 91, tutti strumenti che – ragionevolmente – potevano essere presenti nell’area operativa dei partigiani nel 1944 e che appartengono alle nostre collezioni. Le prove sono state svolte presso il Campo di Tiro San Bartolomeo di Sozzigalli (Soliera, MO) insieme al responsabile della struttura Filippo Barbieri.
I risultati riportati sul Resto del Carlino del 20 dicembre 2025 sono significativi. I fori presenti nel tessuto non mostrano i segni tipici di un colpo a bruciapelo, né lacerazioni estese intorno ai fori stessi: da qui l’ipotesi che i proiettili siano stati sparati da una distanza compresa tra circa 30 centimetri e 2 metri. Inoltre, l’analisi indica che molti di quei fori sono compatibili con proiettili di calibro 9 mm, un dettaglio che aiuta a circoscrivere il tipo di arma che potrebbe essere stata utilizzata. Tuttavia, sottolineano gli esperti, non è possibile ricostruire con certezza le dinamiche esatte della scena del crimine o la collocazione della coperta sulla vittima al momento dei fatti.
Dal punto di vista della memoria storica, questa perizia ha un valore simbolico importante. Giovanni Rossi, come tanti partigiani caduti durante la lotta di Liberazione, porta con sé una storia personale e collettiva che merita di essere raccontata con precisione e rispetto. Le analisi balistiche, lontane dall’essere un esercizio accademico fine a sé stesso, offrono uno sguardo scientifico su un episodio doloroso della Resistenza modenese, contribuendo a rispondere alle domande che la memoria storica continua a porre anche oggi.
Non si tratta solo di misurare buchi in un tessuto, ma di restituire dignità a chi ha combattuto per la libertà, cercando di capire – con metodo e rigore – come e perché siano accaduti certi eventi. In un’epoca in cui il passato rischia di essere banalizzato o dimenticato, iniziative come questa sono un servizio alla verità storica e un’occasione per riflettere su cosa significhi davvero comprendere e studiare eventi del passato.
